
La strada dove hanno arrestato il nostro vicino, il bombarolo (a 7 isolati da casa nostra).










La strada dove hanno arrestato il nostro vicino, il bombarolo (a 7 isolati da casa nostra).














Un’altro giorno a Manhattan, un altro giorno di sole, un altro giorno sull’isola che c’é. Siamo qui da più di una settimana. Da un lato ci sentiamo a casa, qui al quinto piano di Edgecombe 409. Dall’altra se vuoi perderti puoi, sempre.
Ieri sera siamo andata a fare un giro a Financial District. Siamo usciti alla fermata Wall Street senza capire bene dove era Wall Street. Le strade strette e la verticalità come non la si é mai vista. Abbiamo girato come trottole nella zona, all’ora in cui tutti gli impiegati escono correndo e gridando dagli uffici. Volevamo fare un giro da quelle parti ancora con la luce ma alla fine siamo arrivati lì che era già notte. I bus che passano, gli alterna che occupano Wall Street, i turisti (noi) e Ground Zero. Una sosta al museo di memorial del 9/11 dove si può vedere un video, qualche libro che raccoglie le foto dell’11/9 fatte dagli abitanti di NY (alcune anche da evitare secondo noi) e qualche reperto, come un pezzo di palazzo, un elmo di un pompiere, delle carte bruciacchiate. Non sembra di essere nel posto dove é successo tutto questo. Lo si é visto talmente tante volte in tele e in video che per me l’11/9 é successo in televisione, non per davvero.
Ci siamo poi spostati a Soho (South of Houston), quartiere di baretti e ristoranti. Per mangiare chiaramente. Gnam! Siamo andati da Arturo’s, pizzeria che ci é stata consigliata addirittura da Jalalu (per chi ancora non lo conosce guardare qui) che a NY ci ha vissuto. Pizza e musica live, questa sera: pianoforte. Buona, ma non é la pizza che si mangia a Bari. Dario ci propone di trovarci al Side Walk Café, dove questa sera ci sono concerti acusticheggianti. Arriviamo e c’é una specie di Avril Lavigne con musicisti depressi (compagni della scuola di musica) che, ok, ha una bella voce, ma ce lo si dimentica subito quando inizia a dimenarsi sul palco. Ed ha sù le ghette (espressione tipicamente ticinese, da quel che dice Dario). Il secondo artista é una specie di bambino vestito da Beatles che sembra un cameriere (così si é definito lui stesso). Più che cantare scrive canzoni, perché ad ogni pezzo invita un interprete sul palco, o uno strumentista. Notevole il coglionazzo che canta con lui la seconda canzone. Notevole perché sembra un coglionazzo ma ha una voce che ci lascia tutti a bocca aperta. Ci diciamo che tutti quelli in sala sono gli amici ed i parenti dei musicisti. Ed é proprio così perché come finisce il concerto spariscono tutti. E arrivano gli amici del gruppo seguente. Gay. Il gruppo seguente é un chitarrista one-man-band con effettini e loop, tecnicamente strabravo. Presumiamo sia gay, perché tutti i tipi in prima fila si abbracciano e si baciano appassionatamente durante il concerto. Un tizio con baffoni alla Freddy Mercury fa le foto a lui e al pubblico. E noi pure.
L’ultimo gruppo sembrava essere il più promettente, anche se il cantante é stonato e scordato. Ma ci crede davvero. Voleva dire quello che cantava. Anzi doveva. Ed é quel che conta. Ma non ce l’abbiamo fatta. La serata é finita così, con un gioco di carte per scroccare un dollaro e un falafel. Domani é un altro giorno sull’isola che c’é.
Cari tutti,
dopo 5 anni ecco giunto il momento di riattivare sto blog. Infatti sono, anzi siamo, di nuovo in partenza per il paese dei cow boys. Dall’altra parte del continente sta volta. Aline ed io partiamo per un anno a New York, a partire da novembre con una borsa di studio del Fondo Nazionale Svizzero per la Ricerca Scientifica. Come all’inizio dell’altro viaggio, e di questio blog, non so con che frequenza scriveremo. Se scriverò più Aline o io, se lo faremo in italiano, in francese o in inglese? Boh, chi vivrà vedrà. Ci sembra comunque il modo più semplice per condividere pensieri e immagini con chi ci conosce e vuole sapere di noi. Ci sembra il modo migliore di selezionare quel che ci sarà da dire, quel che NY ci dirà.
Non sono mai stato a NY e l’idea di andarci per la prima volta e di starci per un anno intero mi affascina, e un po’mi spaventa pure. Partiremo come i migranti, non per cercare lavoro ma per cercare quella cosa lì che non sappiamo cos’é e perché la cerchiamo. Partiremo per cercare l’arte e la cultura. Per la musica da suonarla e da sentirla. Per avere una scusa per farlo, perché a dire il vero potremmo continuare a farlo benissimo anche qui. Per vivere un anno in una grande metropoli, il centro del mondo a quanto pare. Anche se a noi piacciono i prati verdi e la tranquillità. Partiamo per poi tornare, questo é sicuro, con un bagaglio e un qualcosa che ci distingua dagli altri comuni mortali che non ci sono stati. “Ho vissuto un anno a New York, sai?” e la mia vita sarà migliore. Per un capriccio, a volte penso, per uno sfizio. L’idea di partire infatti mi catapulta spesso troppo nel futuro, quel che sarà. Come saremo noi a NY? Come saremo quando torniamo? Chissenefrega. Come siamo é come lo siamo adesso e qui.
E poi scrivere fa bene, mi sento già meglio adesso che ho buttato giù ste tre stronzate. Chissà chi sarà il primo o la prima a ritornare su sto blog senza che lo dica a nessuno. In ogni caso, mancano ancora due mesi alla partenza e probabilmente ci vedremo ancora. O forse no.
A presto,
f.