Il Flusso

The Map

Wednesday, August 15, 2012

Charlottesville


Eccomi qui, seduto in un bar di Charlottesville. Un nero con le pupille dilatate mi ha appena stretto la mano, fortissimo, e mi ha detto che aveva veramente bisogno di 85 cent. Gliene ho dati 25, abbastanza per liberarmi dalla stretta della sua mano.
I congressi sono sempre la stessa storia, solo che sta volta invece che raccontare a tutti il mio soggetto di tesi racconto il mio topic di postdoc. E mi posso permettere di chiedere baggianate a quelli che ancora non hanno un PhD, tanto loro sulla scala gerarchica accademica sono più sotto, ahah. Tipo chiedere allo studente sud-coreano che fa un dottorato a Yale (NY) se non avrebbe voglia di tornarsene in Corea un giorno, chi lo sa. Seguendo questa logica i vecchi scienziati se ne fottono completamente e dicono cose in completa libertà. Oggi, per esempio, uno diceva che bisogna tralasciare i problemi metodologici e il blabla teorico, ma bisogna concentrarsi su cosa vuol dire quello che si osserva, sulle logiche sociali, capirle ed interpretarle, spiegarle. Ed aveva ragione, bisogna ascoltare i vecchi perché tanto non hanno più nulla da perdere. Troppe volte ci si fa domande inutili, a cui non serve una risposta, o per le quali le risposte non sono interessanti, o non sono cool o noiose. E come l’arte, bisogna ricercare le cose che ti ispirano prima di tutto, che ti creano qualcosa dentro un interesse vero e genuino, non le cose che son state già fatte, giusto per far avanzare la scienza in quel settore. Vaffanculo il rispetto per il lavoro già fatto, per una volta, ogni tanto bisogna solo dimenticarselo e farsi domande vere per l’epoca e il contesto in cui si vive.
Cosa mi ricordo della giornata appena trascorsa : boh? Se uno che presentava diceva a tutti : « Listen, oggi non ho voglia di stare qui dentro, ho vogla di uscire e fare la mia presentazione di fuori, dove non c’é l’aria condizionata ma l’aria e basta». Ecco questa presentazione sarebbe stata quella che tutti si sarebbero ricordati, perché avrebbe rotto gli schemi classici, avrebbe divertito, avrebbe impressionato e magari raccontato cose vere. Invece credo che non mi ricordo già più niente di quello che ho sentito oggi, e ciò é triste.
Quante riflessioni da scienziato pazzo, che tra un po’ abbandona il mondo della scienza, tra l’altro. Ma andare a un congresso é sempre divertente, la gente é simpatica ma le interazioni forzate non sono mai riuscito a viverle tranquillamente, riesco solo e prima di tutto a vedermi dal fuori. Ognuno ha una personalità che nasconde dal momento che si mette su il cartellino con il nome e si comincia a discutere di metodo, di teoria e di sticazzi. Oguno deve nascondere il suo vero essere, chissà perché ? A me riesce male in ogni caso e quando parlo ho sempre la salivazione azzerata, mi impappino e mi chiedo sempre cosa capitanno i miei interlocutori, e che il mio inglese fa schifo.
Anyway, la mia presentazione l’ho fatta e domani mi dirigo verso il prossimo congresso, la prossima destinazione. Due giorni e due notti di viaggio tra Charlottesville e Denver. Ok ditemi che sono pazzo. Con Aline ci incontraiamo a Chicago per fare l’ultima notte di viaggio in due, quindi i pazzi sono due. In ogni caso da oggi mi sento ufficialmente in vacanza e l’idea di stare lontano da NY per 3 settimane mi da la voglia di scrivere. Ho sentito che partire da NY mi faceva bene dal momento che sono sbucato nel New Jersey con il treno.
Charlottesville é una specie di Chiasso ma con tutte le case uguali, un grande campus universitario con annesso una specie di centro storico che assomiglia alla tipica via del vecchio far west con ristoranti, cinema e drogati annessi. Ieri sera volevo andare dal Motel Budget Inn dove alloggio a sto centro città poveretto, come quello di Chiasso, e mi sono avviato a piedi. Chiedo a una tizia quanto ci metto a piedi e mi fa “mmh, like an hour or 45 minutes”. Dopo 15 minuti netti di marcia arrivo al centro. Pollo al rosmarino e limone e crepe con crema di limone, berry jam, gelato e zucchero a velo: space!  
Queste città universitarie comunque sono uno spasso. Gli studenti non so come fanno a non deprimersi, specialmente quando non ci sono corsi come in questo periodo. Gli studenti che non so per quale motivo sono qui in questo periodo corrono di giorno, giocano a calcio (malissimo) e a volleyball di notte, con i fari accesi apposta, e anche ad hockey, ad agosto. Vabbé. Stamattina dal nervoso per la presentazione che dovevo fare mi sono svegliato prestissimo e alle 7 già c’era gente che correva in giro disperatamente, senza maglietta. Chissà perché niente maglietta, sennò la devono lavare, boh? Insomma per non deprimersi fanno sport, anche perché non c’é un ca*%o di nient’altro da fare. Queste sono città anomiche, che non hanno senso e dove non si trova il senso delle cose. Non ci sono luoghi di incontro, a parte il bar dove mi trovo adesso. Poi uno si chiede perché ogni tanto c’é una sparatoria in posti del genere…come é successo oggi in Texas tra l’altro. Ma create un po’di vità sociale, create delle architetture che invoglino all’incontro, degli eventi, macchénesò. Perché la gente vuole incontrare altra gente, sempre. Questa é una verité assoluta. Questa sera avrei anche invitato il primo che passava per strada pur di non mangiare da solo. Ma vabbé, meno male son finito in questo posto dove la cameriera é molto simpa e mi ha addirittura spiegato nel nettaglio cosa c’é nel dressing dell’insalata, e che a lei piace molto.
Oggi ho parlato con un professore di Taiwan, una lecturer italiana ma che lavora negli USA, un cinese che lavora a Chicago, un danese in vena di grandi lezioni di metodo (zzz), un tedesco che lavora negli USA. Con Aline una volta abbiamo iniziato a fare fotografie di gente che partecipa a sti congressi, a Trento, due anni fa. Mi piacerebbe continuare a fare queste foto, anche perché non so a quanti altri congressi parteciperò come scienziato. Mi piace l’idea di fare ritratti di gente in situazioni straordinarie, che le estrapolano dal loro contesto abituale e tramutate in scienziati che devono saper dire qualcosa di intelligente.

Wednesday, August 08, 2012

Volevamo andare a nuotare e siam finiti all'opera

Ieri sera ci siam detti che una nuotatina serale non ci avrebbe fatto male, oltre che per rinfrescarsi le idee anche per fare un po'di moto. Decidiamo quindi di andare alle 7 alla piscina gratuita di Edgecombe, che dovrebbe essere aperta. Non facciamo mai niente la sera nel nostro quartiere e già l'idea ci piace. Arrivando vediamo la piscina dall'alto e già capiamo che non é aperta, come avrebbe dovuto essere. Non c'é nessuno che nuota, nessun bagnino, l'acqua é piatta. Allora vabbé, chiediamo informazioni all'entrata, la ragazzina annoioata con la french manicure ci indica un altro signore a cui chiedere, il bagnino si presume, o comunque uno vestito da bagnino. Il soggetto in questione é visibilmente sbronzo, puzza di alcool a un metro di distanza e ha sorrisone a 32 denti. Ci dice che la piscina é chiusa, sorry, potreste andare all'altra ma é a pagamento. Sennò andate a sentirvi l'opera! C'é un concerto aggratis organizzato dal MET proprio nel parchetto sotto casa nostra, il Jackie Robinson Park. Ok, allora andiamo a sentirci l'opera. Il parchetto é affollatissimo e sentire l'opera cantata all'esterno in quest'ambiente popolare é da brividi. Un concerto inaspettato, al tramonto, nel nostro quartiere, son cose che fan star bene. Il signore nero occhialuto e un po'burbero dietro di noi si é portato la sedia da casa, applaude con nobiltà usando solo le dita e grida : "Bravò!!".

Sunday, August 05, 2012

Un altro weekend


Un altro weekend nella mela, un altro weekend da ricordare. Un picnic al chiaro di luna, a due passi dalla strada, a central park fino alle 3 di notte, anche se in teoria dopo mezzanotte il parco chiude. La luna non é più piena ma fa una gran luce, storie di solitudini che si incontrano e si tengono una gran bella compagnia. E poi ancora un altro pic nic sempre a central park, ma di giorno questa volta, a giocare al gioco delle invenzioni, a guardare gli aquiloni che ricordano meduse e bambini che giocano a pallabruciata. Ad applaudire due imbranati che dopo ore riescono finalmente a fare 20 passaggi con le racchette e osservare da lontano squadre universitarie che si sfidano a softball. E poi un sabato sera al cinema a guardare l’ultimo Batman (zzz), dove é impossibilie non chiedersi: « Ma chissà a che punto del film sarà entrato a sparare nel cinema quel pazzo di Denver ? ». Oppure « Ma quello si é alzato solo perché deve andare in bagno ? ». E poi una domenica mattina leggendo Dylan Dog, e cucinando i pancakes con la marmellata di arance, nel tegamino perché le padelle sono rotte. Una domenica a fare shopping, perché non posso proprio più andare in giro con questo paio di pantaloncini azzurri, per poi ritrovarsi a comprare solo magliette e camicie. E poi ancora da Barnes and Nobles, a leggere libri senza comprarli, seduti allo Starbucks senza prendere da bere, per organizzare le nostre vacanze con tutte le guide che ci servono. Uscire alle 8 di sera, con la giornata che é trascorsa senza accorgersene, inizia a piovere forte, fortissimo, saliamo al volo su un taxi direzione upwon, St.Nicholas e 155. Una corsa tra i lampi, con la pioggia che scroscia. Un sorriso sulle labbra e la voglia di starsene a casa.







Jogging serale


Stavo tornando dal mio giretto di jogging serale, da Edgecombe per la 155th verso ovest fino a Riverside, poi giù attraverso il tunnel, sopra la ferrovia e sotto l’autostrada, per arrivare alla passeggiata lungo l’Hudson. A quest’ora il sentiero di cemento che costeggia il fiume é un brulichio di pescatori, corridori, ciclisti, portoricani che si grigliano di tutto e che giocano a « pallavolo accompagnata », bambini deliranti che ti si piazzano in mezzo, fusti neri che giocano a basket e mezze seghe bianche che cercano di giocare a tennis. Una corsetta per smaltire un po’di questo stress che mette addosso la città. Ogni volta che parto per questo giro serale la missione é arrivare fino al « Little Red Lighthouse », sotto il George Washington Bridge. Per la precisione devo andare a toccare ogni volta il cartello turistico del Lighthouse, se non lo faccio il mondo probabilemte svanirebbe, quindi ringraziatemi. Anyway, al ritorno stava diventando parecchio buio e i lampioni-che-non-fanno-luce della passeggiata cominciavano ad accendersi. Una volta ritornato alla 155 riprendo la salita tosta che va verso Sugar Hill con passo di corsa leggero che, in salita, con l’umidità di un’estate a NY e dopo la corsa già fatta equivale più o meno alla corsa di un pachiderma sbronzo.
In cima alla salita scorgo il solito gruppo di taxisti abusivi, i famosi taxi neri di Harlem, che come sempre discutono animatamente in una lingua spagnoleggiante, o magari proprio lo spagnolo. Solitamente, come in un tribunale, la discussione di due contendenti é superviosioanta da altri taxisti in cerchio attorno ai due, una specie di giuria dei vecchi che alla fine decide chi ha ragione e chi no. Queste, in realtà, sono tutte supposizioni mie. Magari questi son li a parlare del tempo che fa, o della partita della sera prima, o di quanto i taxi gialli rubino il lavoro ai taxi neri e il regolamento di conti me lo sono solo immmaginato. Fatto sta che ogni volta che passo da li, sarà per la fatica della corsa, sarà perché inizia a diventare notte e tutto é più losco, l’impressione che ho é sempre la stessa. Il problema é che col passo da zombie che mi ritrovo ad avere a quel punto della corsa passo davanti a loro praticamente camminando, e sembra sempre che mi fermo a farmi i fattacci loro.
Quella sera, avvicinandomi di più al gruppo di macchine, mi accorgo che in realtà sono solo due le persone che stanno discutendo tra di loro, in modo più animato del solito. Le loro mani si agitano parecchio e i toni e i volumi sono piuttosto elevati. La cosa più strana però é che la giuria di altri taxisti che di solito é presente questa volta non c’é. Lo scuro della notte é oramai calato e quel che vedo sono solo due figure nere alla luce di lampioni debolissimi. Mi avvicino ai due percorrendo il passaggio obbligatorio sul marciapiede che passa proprio di fianco a loro. Avvicinandomi mi accorgo che uno dei due si gira verso di me e allo stesso tempo smette di parlare. Avvicinandomi ancora un po’vedo che in mano ha qualcosa che luccica alla debole luce dei lampioni. Vedo dal bianco dei suoi occhi che mi sta fissando e ora pure l’altro ha smesso di parlare e si é girato verso di me. Cerco di pensare che devo accellerare il passo per fargli capire che non sono li per farmi gli affari loro, ma le gambe non ricevono il messaggio. Mi sembra di essere immobile, o di muovermi svolazzando nell’aria, al rallenty. Non riesco neppure a distogliere lo sguardo da loro e dal luccichio che uno dei due ha nella mano destra. Un istante dura una vita e mezza e tra tutte le possibili combinazioni che posso rivelarsi vere tra « luccichio nella mano », « discussione animata » e « West Harlem » una sola si materializza come essere l’unica plausibile; ha im mano una pistola.
Poi il tizio si rigira, riprende a dibattere con l’altro che pure rincomincia a parlare a voce alta, ed io ritorno invisibile ai loro occhi. Guardo meglio e il luccichio e non é altro che un fottutissimo mazzo di chiavi. Non so se ridere o se mettermi a piangere.
E una storia che non vorrei raccontare perché dopo nove mesi trascorsi a New York, ad Harlem uno dovrebbe smetterla di avere queste impressioni sbagliate, questi pregiudizi che manipolizzano il cervello e la percezione. Uno dovrebbe interessarsi di più a registrare le cose come sono davvero e lasciare a casa la paura. D’altra parte raccontare questa storia mi permette di parlare di me qui ed adesso e di come non mi sento a casa, di come sia difficile sentirsi a casa in una città schizofrenica e in costante mutamento. Sarà perché sappiamo che torneremo in Svizzera e allora cominciamo già a proiettarci nel nostro ritorno, non so. Probabilmente se dovessimo rimanere a vivere a NY cercheremmo casa in un altro quartiere, dove ci sono i nostri simili. Questo non vuol dire che ad Harlem non si vive bene, infatti non ci é proprio mai successo niente, per carità, é anche uno dei quartieri che preferiamo e che conosciamo meglio. Però comincio a capire quelli che per sopravvivenza o per necessità si rifugiano in un quartiere dove vivono i loro simili, che siano i neri di Harlem, i portoricani di Washington Heights, gli hipster di Brooklyn, i gay di Chelsea, le famiglie con bambini e i vecchi col cane del upper west side, i ricchi eleganti dell’upper east side, gli artisti del east village, i figli di papà del west village. Rifugiarsi in una definizione ed abitare il quartiere dei proprio simili diventa un bisogno e una sconfitta allo stesso tempo, perché vuol dire che la città ha vinto ancora.
Un’altra costatazione a partire da questa storia é che di queste situazioni, di queste emozioni sbagliate scaturite da vita vissuta vere sono elettrizzanti. In un certo senso creano dipendenza, sono cool, sembra sempre di essere in un film, che sia per davvero o nella nostra testa. New York é anche un susseguirsi di vere-falsità che fanno incazzare e divertire allo stesso tempo. E in fin dei conti é proprio per quest’ambivalenza che amo New York, che la odio, che l’amo, la odio.
Pure questa storia é vera solo in parte, ho esagerato un po, ho aggiunto dettagli proprio seguendo lo stesso meccanismo per cui la verità non é una sola, ma il modo in cui la si percepisce. In realtà ho visto fin da subito che aveva in mano un mazzo si chiavi, ma avevo bisogno di raccontare questo pezzo di vita qui a New York, e di farlo tra il vero e il non vero proprio per rispecchiare il modo in cui vivo queste esperienze.  

Edit: vado per curiosità su google street view per vedere come é stato fotografato il posto di cui parlo qui (155th street e Amsterdam) e chi ti vedo? Loro, i taxisti dei taxi neri abusivi. Ecco così oltre che immaginarli potete anche vederli.

Tuesday, July 10, 2012

July Jam

Jam session al diciottesimo piano, Wahington Heigts, con vista sulla medina-presepe del quartiere sottostante. Whisky, chitarra sputtanata, rullante a mano, un flauto georgiano e una campanella tibetana. La suonata del lavoratore stanco e della necessità. Il ricordo scritto di una serata d'estate, i bei momenti che ho voglia di ricordare.

Friday, June 29, 2012

Presente

A New York ho imparato che la vita dev'essere vissuta al presente.

Wednesday, June 27, 2012

Sono andata a fare la spesa

e ho guardato.


Ho guardato Edgecombe, sembrava la prima volta. Ogni volta, ogni giorno, ad ogni ora ci sembra di scoprire Edgecombe, Harlem. Ad ogni temperatura poi la gente cambia, i colori, i giochi per le strade. Poi basta andare a spasso, spostarsi di fretta o lentamente che nuovi dettagli appaiono. Come il gatto, che è sempre all'angolo lì, ma sempre. Non è un caso né è li un giorno e poi basta. È il padrone dell'angolo e noi, di passaggio, non possiamo che accettare questa nostra condizione.







Wednesday, June 20, 2012

Photos

Ci siamo!! Stiamo facendo ordine mentale e mettendo le foto nel nostro blog, più o meno coerentemente. Magari poi di giorno in giorno ne appariranno di nuove e scompariranno di vecchie...

Check out the old posts with new pictures!



Montreal

Il treno finalmente si muove, dopo avere aspettato l'altro treno che occupava il binario dirigendosi in direzione opposta. Fuori dal finestrino una distesa infinta di verde, di alberi e prati che fan dimenticare dove siamo. Non é importante, siamo qui in mezzo a questo verde. Potremmo essere in Svizzera, in Italia, o in Francia, una domenica di sole. Torniamo a Losanna dopo un weekend in Ticino. E siamo sul treno che viaggia e che fa viaggiare con la mente. Dopo un weekend a Montreal stiamo tornando ora a NY. Ci rimangono 5 mesi in questa giungla di città, e ancora tante, tantissime cose da fare per rompere la maledetta routine. Non é questione di aver tutto a portata di mano o di vivere in in valle o all'altro capo del mondo. Le cose da fare ci sono sempre in mezzo alla natura o in mezzo alla cultura, basta andre a cercarsele. Lo scrivo adesso e qui, dopo questo weekend a Montreal, città tranquilla e con un offerta infinita di attività, almeno durante questa stagione. Lo scrivo adesso perché voglio ricordarmi che vivere in Ticino sarà una cosa da prendere come se fossimo degli Americani che si trasferiscono lì. Pensavamo di comprare una guida della Svizzera, del Ticno e del Nord Italia che é a due passi da noi ma lo conosciamo pochissimo per colpa di queta stupida cosa decisa da altri che si chiama frontiera. Che é quella cosa che abbiamo appena attraversato, tra l'altro.

Montreal é stata intensa. Il primo giorno dopo una colazione a base di waffel e sirop d'Erable preparata da Jaqueline et Joseph, gli zii di Aline, ci siamo diretti in centro. In bici – tanto per cambiare - aggratis, ci siamo diretti al parco Mont-Royale con l'idea di avere una vista dall'alto per iniziare, ma il caldo + bici + jeans ci hanno fermato prima. Abbiamo quindi fatto solamente la parte bassa del parco per poi dirigerci verso il centro città, attraversato un paio di università e la zona nuova della città all'ora di pranzo. Poi ci siam diretti verso la Vieux Montreal, mangiato qualcosa lì in mezzo, guardando metà della partita Svezia – Inghilterra, in un bar mega simpa. “Siete italiani? Da dove venite, vi piace Montreal?” una mamma con un figlio silenzioso che probabilemente studia lì e che non ha voglia di parlare con lei. Un croque monsieur e un cameriere proprio francese ci danno una vaga impressione di essere in Europa. Ci sentiamo come in una città di mare, Trani, Genova, ma non sono in Francia. Giriamo ancora un po'la zona del porto e visitiamo la cattedrale di Notre-Dame. Ma poi ci tocca riportare indietro le bici prima delle 6. Decidiamo di riportarele e di tornare nella città nuova per dare un occhio a Franco-Folie, festival di musica francofona. Sentiamo un paio di concerti di una noia mortale e ci mangiamo le poutine (patatine e mozzarella fat) per compensare. Poi capitiamo al concerto dei francesei Twin Twin, che fanno uno show pop-techno mica male e fanno ridere. Il pubblico apprezza. Le birre te le portano dei ragazzi facendole pagare qualche cent di più per il trasporto. La sera torniamo alla base, dagli zii di Aline in periferia che ci ingozzano con prelibatezze e dolci libanesi. Ieri invece senza bici siamo tornati alla Vieux Montreal a mangiare con il cugino di Aline che vive alle Barbados ma che sta qui quando là é troppo caldo. Dopo una visita al loro appartamento e una birra ci dirigiamo assonnati, sempre con quest'impressione di essere al mare, al quartiete latino. Rifacciamo a piedi un paio di strade già fatte il giorno prima in bici e visitiamo una libreria con libri ammassati ovunque e con il proprietario che nella calma più totale del pomeriggio si ascolta l'opera a tutto volume. Capitiamo in un festival immenso (non quello di ieri, un altro) liungo una via. Terrazze per sbevazzare allegramente, sole trasversale e ombre lunghe, pagliacci che fanno ali e animail vari con i palloncini, bambini pazzi di gioia che svolazzano con le ali-palloncino. Insomma good vibes e tranquillità. Dopo una sangria siamo ciocchi e ci sentiamo un concertino di una specie di Feist accompagnata da contrabbasso e chitarra elettrica, seguiamo la via del festival con mille concertini e cose e cibo e ritorniamo a casa cotti. Ecco i nostri due intensi giorni a Montreal, sono qui.

Il treno é ripartito e ogni tanto vorrei essere come quell'uccellino appollaiato fuori dal treno fermo, con le ali rosse, che cinguetta senza che lo si possa sentire. Mi diceva che la fuori c'é il verde, c'é il blu, c'é il bianco, e il rosso sulle sue ali, che vuol dire battaglia. I prossimi due mesi sono a NY e sono di lavoro. Poi si riparte con l'uccellino. Cip!

Dal Canada



squit squit

Fermi tra gli Stati Uniti e il Canada stiamo aspettando che questi cari guardia frontiera ci lasciano entrare in Canada. Tanto i canadesi non sono mica come gli americani, mica ci rompono. Sarà poi da vedere come rientriamo in america, patria dei controsensi.
Avevo promesso un diario dettagliato delle nostre vacanze, del nostro road trip verso il sud, ma come troppe volte accade, non ho mantenuto la promessa (non che non mantengo le promesse, ma tenere un diario regolare si ). Ed ero pure motivata, partita con l'ipad e il diario in macchina, come Raquel, mentre Dario e France guidavano, noi dietro a scrivere, dormire, guardare il paesaggio o parlare, come tanto ci piaceva fare finche Raquel era qui a New York. Tante cose sono seccesse dal nostro ritorno dalle vacanze. Prima di tutto pure le vacanze, come quando stavamo visitando la casa di Elvis a Memphis e ci hanno rubato in macchina (ma forse l'ho pure già scritto), o il caldo insopportabile di New Orelans e gli ubriaconi per le strade, 24 ore si 24. Peggio di un qualsiasi carnevale di casa, forse peggio dal nostro punto di vista. Non so.... sarà che dopo il Mississippi e le sue viste mozzafiato, la sua terra e gente che non ha niente di particolare per gli altri ma così tanto per noi (che poi perché ci piacciono le cose diverse?? forse non siamo tanto così diversi, dipende tutto dal punto di vista, come al solito....)

Dal treno parte seconda.
Stiamo tornando dal Canada. Il paesaggio é lo stesso, ma nel senso opposto. Seduti nel vagone ristorante con internet come istrazione scriviamo entrambi per il blog. Il treno ispira alla riflessione, non mi stancherò mai di dirlo e ripeterlo, e probablimente france stà scrivendo la stessa cosa. Tutto questo verde, i laghi, la gente rilassata qui nel treno e fuori, tutto questo ci ricorda che siamo in america! sembrerà stupido ma dobbiamo ricordarci di questa fortuna che abbiamo. Il tempo passa troppo in fretta, si, ma dirlo non lo farà passare più lentamente e non serve a niente dirlo e ripetero. Non ci manca una settimana ma cinque mesi cavolo. E cinque mesi a New York, in ammerica non sono poco. Ma voler fare troppo non fa neanche bene. M viene in mente una frase che mi ha colpito di Aiko, non ricordo se lo diceva mentre si vestiva prima del suo matrimonio o durante un'altra occasione, insimma mi ricordo che disse "non faccio tante cose, ma le poche che faccio le faccio bene". Ed é tutto qua. L'eterno problema del voler fare troppo e di corsa per poi finire col non fare niente o il poco, male. Non aggiungo altro, passo il tempo a fare e rifare liste e ogni volta mi coglie il groppo del sapere cosa farò o meno. Prometto (ma forse dovrei smetterla di promettere cose che poi non mantengo) domani scarico le foto e vi mettiamo qualche immagine in questo bloggo, se no diventa un pò pesante la lettura senza immagini...

 Amtrak, we love Amtrak





 Mont Royal
  La Basilique Nôtre Dame

 Poutine

  Soccer with David
  Brunch in the vieux Montréal

  Se il balcone crolla fa un favore alla società
  Summerset


 Pausa visto

 Where is Jack?

Tuesday, June 12, 2012

Bici!

Gli ultimi due weekend la temperatura e la meteo erano perfetti per andare a farsi un giro in bici. Anche se NY non é proprio una città bike-friendly, trovo che la bici sia il mezzo ideale per visitarla se si disponde del tempo e della voglia (oltre che della bici, già!). Ci si rende conto di come le strutture e la popolazione cambiano velocemente da un quartiere all'altro, di quanto é grande sta robba che si sorregge e ci contiene, ci sballottola e ci fa incontrare. Ci si incontra tutti nello stomaco di NY. We are all in this together, una frase che piace dire agli americani, che da una parte ti da sicurezza, ti fa sentire parte di qualcosa, ma dall'altra con certa gente io non voglio proprio aver niente a che fare, altro che tughedder. Ma vabbé. In bici poi, dicevo, si ha la velocità ideale: non troppo lento, ci si ferma quando e dove si vuole, non ci si autoinfligge sofferenza come quando si corre e non si diventa pazzi a cercare un parcheggio o a capire dove si va come quando si gira in macchina in una città. L'ho già scritto e lo ripeto: evviva la bici.

Il weekend scorso siamo andati alla scoperta di Randall Island, un'isoletta all'altezza du Harlem che si può comodamente raggiungere con un ponte pedonale all'altezza della 103th Street. Sull'isoletta ci sono barbecue di famiglie di ogni nazionalità numerosissime e veri e propri party con tanto di insegne e decorazioni, impianto hi-fi e quant'altro. Sull'isola pure partite di baseball, cricket, fresbee e calcio femminile (qui é giocato più dalle ragazze che dai ragazzi) e una vista spaziale su Manhattan da un'angolatura ancora diversa. Assieme a Dario che ci ha seguito nell'impresa abbiamo guardato una partita di calcio femminile (zzz) mangiando un bagel al salmone and cream cheese e abbiamo riso dei messicani che guardavano e applaudivano la partita di calcio alla tele, posizionata dentro un furgone intanto che il resto delle loro famiglie sbragava in riva al fiume. Poi ci siamo diretti nel Queens attraversando il Robert F. Kennedy Bridge. Attraversare un ponte del genere in bici é un esperienza per tutti i sensi; un rumore di macchine insopportabile, vento fortissimo, puzza di smog, umidità estrema che sale dal fiume e ancora una vista che non stanca mai su Manhattan e su tutto quel che c'é sotto. Astoria é sempre una sorpresa, l'ambiene é più rilasato, le case più basse e la gente vive in un quartiere lontano dallo stress della city. In bici si vedono posti che non si potrebbero vedere con un altro mezzo. La gente va a fare la laundry, la gente va al baretto con wi-fi, la gente sta seduta sulla porta di casa. Volevamo pure andare da Rosario per comprare la mozzarella fresca per la pizza della domenica sera ma la domenica Rosario écccchiusò. Li mortacci sua. Poi ci siamo diretti verso il Queensboro bridge. "The city seen from the queensboro bridge is always the city seen for the first time, in its first wild promise of all the mystery and beauty in the world.” ― F. Scott Fitzgerald, The Great Gatsby. E dice tutto. Da fare! Note to self: bisogna assolutamente visitare e / o fare un bbq su Roosvelt Island, l'isoletta che si vede passando dal bridge.

Ieri invece avevamo appuntamento a Brooklyn per vedere Italia-Spagna, a mezzogiorno. Io ci sono andato in bici. Harlem, Central Park verso sud e ancora Queensboro bridge, ma stavolta per uscire da Manhattan e poi giù verso Brooklyn passando per Long Island City, cittadina "far-west" che offre un'angolatura ancora diversa sui grattacilei della city : da lì si vedono a tre quarti e non frontali. Attraversando il Pulanksy Bridge si arriva poi subito a Greenpoint, piena di risotranti polacchi (dove abbiamo poi mangiato - pesantissimo - dopo la partita) e di hipster tatuati e con la maglietta dei Guns'n'Roses, tutti uguali nella loro ricerca di diversità. Per tornare poi, sempre in bici ho preso ancora un altro ponte, il Williamsburg Bridge, con un passaggio pedonale tutto rosso, molto bello (ma con sempre il rumore delle macchine e dei treni che passano sotto, l'umidità, ecc). Poi first avenue tutta verso nord tra il delirio delle buche, dei taxi (meno male che son gialli almeno si vedono meglio), dei bus pieni di turisti, gli odori di cibi e di boh vari, la gente ciocca alla domenica sera, che attraversa la strada col rosso, cinesi, messicani, ebrei e italiani. Ieri era anche il Puerto Rico day, quindi la fifth avenue era una specie di party sud americano. E poi ancora Central park verso nord, con l'arietta fresca della sera che esce dal verde e la puzza di merda dei cavalli che tirano i carreti. E quel pezzetto di discesa in curva prima di arrivare all'uscita per Harlem dove non si può non lasciare il manubrio e sentire l'aria fresca sulle mani, sul corpo, tra i capelli.

Vorrei fare un video con tutti i pezzi che ho filmato girando in bici. Chissà, ora che l'ho scritto qui magari lo farò per davvero.

Thursday, May 31, 2012

Flusso

Aspettando la continuazione del racconto del viaggio di Aline e le foto, scrivo un post di getto, così. I giorni scorsi é arrivato il caldazzo insopportabile, anche se ora si sta di nuovo bene. Abbiamo avuto un assaggio di quello che ci aspetta quest'estate, e un po' ci spaventa. Ma é sempre questione di abitudine. E un periodo strano questo, stamattina mi sono svegliato e mi sentivo al mare. In effetti il mare non é così lontano, magari ci si farà una capatina il weekend prossimo, chissà. Nel frattempo facciamo bbq nei posti dove non si può fare bbq la sera che hanno annunciato la tempesta (che é poi arrivata), andiamo a vedere l'amateur night allo storico Apollo Theater, incontriamo nuova gente e salutiamo gli amici che partono. Questa città é un flusso, mai aspettarsi la stessa cosa dalla gente, dai posti. Sempre rivisitare e rivedere. Ciao!

Tuesday, May 22, 2012

13 maggio

Premessa, questo l'ho scritto in macchina tra il 13 e il 14 maggio. Ora siamo il 20, di ritorno da New Orleans dopo trenta ore di viaggio, incredibilmente le trenta ore più rapide vissute fino a ora. Tra New Orleans e gli indiani dello smoky mountains ne sono successe di cose, belle e meno belle, come il furto con scassinamento compreso della nostra macchina nel parcheggio di Graceland, la casa di Elvis a Memphis. Fuck Elvis, è stato il nostro motto dopo aver salutato il ranger con i mitra nella macchina. Si, fuck elvis, perchè i ladri si sono portati via il sacco di Dario e Raquel con i loro passaporti, visti.... insomma tutto, pure l'apparecchio dei denti di Raquel e gli occhiali di Dario, quel genere di cose che ti fan girare le balle. Ma tante cose belle. Paesaggi nuovi, la tranquillità e la gente. Non anticipo il resto, sarà il prossimo post, con foto comprese, visto che essendo a casa ora ci tocca selezionare tra il centinaio di foto scattate. Promesso, cercheremo di essere più rapidi del post del 13 maggio pubblicato il 20 e un pò più chiari di questi ultimi scritti in macchina... che non è mai come scrivere tranquilli al computer di casa, tra l'altro, ora vado a controllare che il computer è sempre al suo posto segreto dove l'ho nascosto prima di partire.


Piove. In macchina nel parco nazionale Smoky Mountains verso Nashville, abbiamo appena passato Cherookee, una riserva indiana con insegne lungo la strada "real indians dancing", ci sembra di essere in un safari, in macchina, sulla destra i leoni, alla vostra sinistra le giraffe. Souvenirs, mocassini, coltelli indiani. Ma dove è finito il rispetto per questa cultura? Non c'è mai stata. E spaventa, sembra una grande presa in giro, una burla. Una settimana fa eravamo a coney island di sabato e, con raquel e france siamo andati a vedere il freak show, una specie di circo di persone strane, la donna senza mani e la faccia ricucita che giocava con il fuoco con come sottofondo musicale pj harvey. La donna che mangia i coltelli, ma davvero, si è infilata una lama fino a quasi l'ombelico, dentro. Beh, qui ci sembra pure di essere al freak show. Non siamo neanche scesi dalla macchina per vedere questi poveri indiani, probabilmente ubriachi. Ieri sera abbiamo dormito ad Asheville, una piccola cittadina "di artisti", specie di hippies, alternativi vestiti da alternativi e negozi alternativi. Chissà chi decide che in una tale città la gente è artista, o alternativa. Dopo aver vagato poco, decidiamo di fermarci a dormire, perché tanto é tardi. Dormiamo al sweet peas, un ostello centrale con camerate senza porta né muri. Ma è bello e pulito. L'unica cosa bella di asheville è la vita notturna. E quindi siamo usciti, mangiato bene super bene cucina del sud con aperitivo "entree" spettacolare con pane buono! caldo e miele e marmellata. Poi, per l'allegria di Dario, siamo andati in un bar dove a mezzanotte ci sono le dragqueen. Raquel ci convince, dicendoci che gli spettacoli drag sono una figata, a Madrid, appunto. Ma ad Ashevile no, dovremo recuperare a Ny, perché le tre dragqueen di asheville non facevano tanto oltre a canticchiare in playbeak e a prendere soldi dal pubblico. c'era la dragqueen con la faccia da ananas, quella nera che sembrava davvero una donna, e poi la capa, stilo david bowie, che ha chiesto al pubblico se c'era gente che era lì per la prima volta, e noi abbiamo fatto finta di niente, mica volevamo dire a tutti che non c'entravamo niente e che venivamo da new york ma in realtà dall'Europe, perché nessuno ci crede quando diciamo che veniamo da new york? Che poi il bar, gay, era anche carino, ma Priscilla la regina del deserto non é apparsa, siamo tornati in ostello, un pò ubriachi e contenti, di stare insieme nel north carolina. Ora c'è proprio la nebbia nelle smoky mountains, ascoltiamo vic chesnut e collassiamo un pò in questo trip mentale tutto bianco. Non possiamo neanche aggiungere foto nel blog, ma immaginatevi il bianco, la nüfenen con la nebbia, con gipponi più grandi dei nostri e qualche indiano che cavalca facendo rumore con la bocca, questo nella vostra immaginazione. Pur essendoci un sacco di assurdità qui é difficile, quasi impossibile non pensare a chissà com'era prima. Com'era questo paese quando i coloni erano ancora a casa, quando i nativi mangiavano ostriche e cacciavano bufali? É assurdo, difficile da conciliare, difficile, impossibile da dimenticate. Perché poi una volta che si pensa agli indiani, ai nativi, poi ci sono i neri, gli schiavi e il discorso diventa un altro ancora, e non si finisce piú. Ma la storia é così giovane qui che ci sentiamo vecchi, e pieni di giudizio, perché non se ne parla mai abbastanza, della storia, di tutta quanta. Questa sera dovremmo arrivare, nebbia permettendo, a Nashville. Country music, sale da registrazione per un'ora dai 20 ai 100$, stivali da cow boys compresi nel prezzo con l'hot dog e la coca.